LA MOTO NEL PAGLIAIO
Sai, quelle storie delle moto ritrovate in un pagliaio? Quante ne hai sentite? Sono così assurde che in genere non ci credi. Ma un giorno è capitato a me. Non c’era proprio un pagliaio, ma una tettoia, a pochi chilometri da casa, e là sotto c’era una Ducati 750 F1, spogliata della carena.
Era pure targata Firenze. Certe occasioni non capitano due volte, e mi son detto: “Quando mi ricapita?”. E l’ho presa subito, anche se non era certo nelle condizioni in cui avrei voluto trovarla.

In origine il motore è nero, ma questa lo aveva bianco, perché era completamente ossidato. L’ossido era penetrato sotto la vernice e l’aveva fatta saltare tutta. In alcuni punti era penetrato così in fondo che ho dovuto cambiare i pezzi, come il carter dell’alternatore.
Secondo il proprietario il motore era a posto, ma quando l’abbiamo aperto c’era un cilindro che aveva perso la cromatura. Allora ho mandato i cilindri in cromatura e ho trovato i pistoni originali in Germania. È più facile trovare pezzi di ricambio in Germania che in Italia.
I pistoni erano nudi, senza spinotto né fasce, ma per fortuna Ducati fornisce ancora queste parti di ricambio e anche i cuscinetti, compresi quelli di banco.

L’albero motore era in buone condizioni, ma l’abbiamo revisionato. I carburatori erano neri, ossidati. Li abbiamo puliti prima con gli ultrasuoni, poi con l’acido ortofosforico, che aggredisce l’ossido ma schiarisce l’alluminio. Abbiamo restaurato tutto l’interno, i polverizzatori, gli spilli, i getti. È stato un lavoro infernale, ma ora sembrano nuovi.
Aveva il codone biposto originale, messo per portare la moglie in vacanza in Trentino.
“Ma come te l’hanno consegnata?”, chiedo.
“Con il monoposto”, mi dice.
“E dov’è?”.
“Forse è sopra l’armadio della cameretta di casa dei miei genitori, dovrebbe essere lì, dove l’avevo messo”.
“Ma come dovrebbe?”
Poi mi dice: “Dovrei avere anche le chiavi della moto”.
“Come dovresti?” rispondo. “Se la vuoi vendere dovresti avere le chiavi della moto”.

La carena ce l’aveva invece nel garage, sotto due teli che l’avevano completamente schiacciata. Col tempo la vetroresina si era chiusa, e mi sono messo lì a riscaldarla pian pianino con il phon per cercare di farla rientrare nelle sue forme. Ho fatto una dima con le misure della moto e l’ho ripristinata.
Poi l’ho fatta riverniciare tutta. Il carrozziere mi ha odiato fino all’ultimo giorno. Perché credo di avergli fatto fare non meno di cinque prove colore per il rosso, molte di più per il verde.
Un giorno mi fa, tutto soddisfatto: “Allora, questo è il rosso, finalmente, e questo è il verde”.
E io: “Sì, ma guarda che il bianco non è bianco, non va bene”.
Mi ha tirato una sequenza di improperi: “Cosa vorresti dire con il bianco? Che non è abbastanza bianco?”.
“No, il bianco non va bene, non è quello giusto”.
“Adesso cominci col bianco!”.
Mi ha infamato di continuo, ma alla fine siamo riusciti a trovare i colori giusti.
In tutto ci ho messo un anno e mezzo ma ora sono contento. Il restauro non è il mio lavoro, è una passione.
