Dal Vostro inviato in Giappone

 

Eh, niente, due/tre cose che ho visto in Giappone.

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Tenete conto che i miei viaggi non sono di quelli “vado a vedere il tal paese”. Sono di lavoro: in pratica ti catapultano nel tal paese, ti portano a fare il servizio e poi con un calcio nel sedere ti cacciano sul primo volo per casa tua. Nel tragitto dall’aeroporto al luogo del lavoro vedi delle cose, quindi la mia è una visione miope, parziale e fortuita. In questo caso, il Giappone, il giro è stato più lungo, e quindi ho visto qualcosa in più. Ecco qua.

Strange people
Il Giappone è un paese straordinario, diversissimo da tutti. Strange people, diceva il mio accompagnatore (giapponese), e rideva, rideva. Lo sapeva che i giapponesi sono strani. Infatti, ho visto delle cose così incomprensibili da essere terribilmente affascinanti.  Ah, premessa generale: a volte nelle indicazioni c’è qualche didascalia in inglese lillipuziano, ma per il resto sono tutte faccine: これらのスマイリーを入力. In sostanza non ci si raccapezza nulla. Ma questo è divertente, nel cibo e delle bevande tiri a indovinare, prendi le cose a intuito. Idem le indicazioni stradali: il 90% sono a faccine, e le stazioni ferroviarie e della metro sono delle città sotterranee, perdersi è un attimo. Con soddisfazione mista ad apprensione ho verificato che anche gli indigeni fanno fatica a raccapezzarsi. Apprensione perché tra questi c’era la mia guida.

Milleduecento cose da bere
La prima cosa che mi ha colpito sono state le bevande. Nei nostri autogrill quante ne

le mille bevande

le mille bevande (una parte)

trovate? Sette, forse dieci: la cocacola, light, zero, la fanta, la schweppes, l’acqua naturale o gassata… Là ce ne saranno milleduecento. E vattelappesca sapere che c’è dentro. Alcune hanno le immagini sull’etichetta, quindi se vedi dei mirtilli, è probabile che dentro ci sia del succo di mirtilli. Se riconosci dei chicchi di caffè immagini che dentro ci sia del caffè. Ma se non c’è alcun disegno e fuori c’è scritto Onda Gold, Pocary, Real Drip, che diavolo c’è dentro?  A volte ti può aiutare la proprietà associativa: a destra c’è del caffè, a sinistra ancora del caffè, probabile che il Real Drip sia del caffè pure lui. Ma non è detto.

Un mondo tutto da scoprire
Il cibo: una meraviglia. Sarei rimasto delle ore a guardarlo. Cercando di capire. Nel primo

il cibo misterioso (una parte)

il cibo misterioso (una parte)

posto dove ci siamo fermati c’era una bella varietà di salcazzo: forse pesciolini in salsa di acero? Crisalidi nel sugo di liquirizia? Triangoli di fettucce nere? Anche i titoli in inglese non è che aiutino: marutto biwa jelly, shaved dried bonito. Eh, ciao.
Ma non importa leggere, tanto non capisci niente comunque perché i sapori sono tutti sconosciuti. Quindi potresti mangiare un bruco arrosto oppure la coda alla vaccinara senza distinguere l’una dall’altra. Cavallette o patate fritte? Idem. Pappardelle al sugo di cinghiale o stelle filanti di palma nana abbrustolita con raganelle palmate?

I piatti da montare
Le posate non ci sono. Non è come da noi che – impietositi – ti portano anche la forchetta e il coltello. Nonnò, abbello. Lì mangi con le bacchette e zitti. Ah, tra l’altro a un pranzo di lavoro ho incontrato una difficoltà in più: i piatti erano tutti insieme e pure da montare. Tipo Ikea, ma senza libretto di istruzioni. Un po’ come se da noi ti portassero le tagliatelle da una parte, il ragù dall’altra, poi il pomodoro, il parmigiano, l’insalata, la bistecca, il tiramisù, l’olio, il sale, il pepe… tutto in una volta. Poi tu componi i piatti in ordine cronologico e senza sbagliare gli accoppiamenti. Ovvio, se conosci gli ingredienti è facile, ma se non hai mai visto in vita tua nemmeno una delle cose che hai davanti, come si fa? E dove cominci? Roba che metti il dessert sulle tagliatelle, il ragù sull’insalata. E tutti a ridere.

Integratori, cerotti, mascherine
I corrispondenti dei nostri tabaccai sono (per me) dei luoghi fatati. Ci sono scaffali interi di

Integratori (una parte)

Integratori (una parte)

cose meravigliose: mascherine sanitarie, cerotti miracolosi, centinaia di boccette energetiche, infinite confezioni di pilloline misteriose. Pensavo che le mascherine le mettessero per proteggersi dall’inquinamento; invece le mettono quando hanno tosse-raffreddore, per proteggere gli altri. Un grande popolo.

Un popolo supereducato
I Giapponesi, si sa che fanno la fila, come gli inglesi, i tedeschi. Ma vederne centinaia in ordine fa sempre effetto. Poi sorridono, salutano, fanno l’inchino, cedono il passo, chiedono scusa se ti sfiorano. Ok, sono tutte cose che immagini, però vederle per giorni di seguito fa un bell’effetto. E pensi alle nostre mischie di cafoni che ti sovrastano, spingono e se ti urtano ti mandano pure affanculo.

Le ragazze
Qua tutte dicono thank-you, thank-you. Molte hanno l’ombrellino (ma non piove). Certune la mascherina. Cert’altre l’ombrellino e la mascherina. Molte altre ancora gli occhiali. E le varie combinazioni di cose: occhiali, mascherina, ombrello (ma non piove).  C’è una cosa che me le fa apprezzare tantissimo: la dedizione al tacco. Hanno delle gambette così sottili che alle estremità vedresti bene le raccapriccianti ballerine. Invece no, le delicate signorine del sol levante si arrampicano caparbie su tacchi sproporzionati, zatterone con le quali potresti pure galleggiare sulla laguna. E poi fanno fatica, lo vedi, perché in genere hanno un problema di convergenza, e camminare con quelle calzature è davvero un dramma.

Gonnellina e treccioline
Va il modello studentessa. Allora le vedi e dici, ok, gonnellina a scacchi, calzettoni, college più o meno interpretate, japanese_schoolgirltreccine modello vispa Teresa, che carine, sono appena uscite da scuola. Poi però se le guardi bene capisci che qualcosa non torna: l’età è indefinibile, potrebbe essere 12 come 40 anni, e sono dappertutto a tutte le ore. Inizi a pensare che sia un modello di femmina. Qua va molto, ma non è una varietà che potrebbe piacere a noi; e poi cosa fai, vai in giro con una conciata da scuola con il cestino e le treccine che – immagino – parla anche come Minnie?

 

 

Yes Tav
Da noi ci sono i No Tav che fanno casino perché c’è il treno. Beh, mi pare una buona idea, torniamo ai bei tempi delle carrozze e dei cavalli. Poi, vogliamo parlare dei nostri treni? Il miracolo dei 300 avviene sì e no per dieci minuti e solo in qualche tratta. In Tal caso si prega. Non che regga il treno ma che a qualche attivista dei miei

L'accelerato di Battipaglia (330 km/h)

L’accelerato di Battipaglia (330 km/h)

maroni non salti in mente di sabotare i binari o l’impianto. Qua arrivano a 500 km/h e nessuno scarabocchia i muri. Ci hanno prenotato il treno, una roba che da noi non arriverà mai e si sono pure scusati: “Sorry, Aldo-san, ma c’era solo l’accelerato – tipo quello di Battipaglia, immagino; invece no – Questo fa solo i 330″. Eh, vabbè, mi adatterò. Della fila invece della rissa ho già detto; di nuovo ci sono: un cancello automatico davanti al quale si ferma esattamente la porta del treno e non occorre imprecare e scavalcare (curioso, ma l’ho detto che ‘sti Giapponesi so’ strange); le insegne a colori e bilingue, faccine e inglese.  Salgo, non ci sono le seggiole ma delle poltrone, poi passa una signora che – par cantando – ci offre gentilmente del caffè e dei libri. Dei libri?

Il WC digitale
Da noi c’è il water, qua una sorta di computer con il coperchio. Che fortunatamente si apre

Il WC digitale

Il WC digitale

come da noi e così accedi alla parte preposta all’evacuazione che è facile da capire come funziona perché è come la nostra. Il problema è la consolle di comando: dove non c’è un bottone da premere, massimo due (sciacquone pipì/sciacquone popò) se il modello è di alta tecnologia, ma una ventina, e tutti con le faccine. Allora, tu sei seduto su un coso della NASA, con le parti sensibili disarmate, ti fidi a pigiare un bottone che non sai cosa scatena? Un simbolino suggerisce una fontanella dal basso; un altro una doccia; un terzo è rosso. Io non ho premuto niente, sammai. Quello rosso meno che meno, valà. Questi water spaziali hanno anche la ciambella riscaldata. In teoria è una figata, perché d’inverno non ti geli le chiappe, ma quando ti siedi non è bello, perché pare che si sia appena alzato quello di prima. Ovvio che nei bagni pubblici c’è sempre stato uno prima di te, ma il calduccio delle chiappe altrui non è piacevole.

Strange Taxi
In Giappone sanno fare le auto, e quindi non mi aspettavo di trovare dei taxi russi. Non giappone-taxi-05sono russi, ok, ma le auto mi sembrano quelle del Soviet anni ’70. Con gli interni marocchini. Infatti hanno tutte le coperte dei sedili fatte all’uncinetto, tipo centrini, e tra quelli davanti e quelli dietro c’è un plexiglas, così non puoi sputacchiare al conducente. Uno sportello di quelli dietro (magicamente sempre quello dalla parte del marciapiede) si apre da sé. Siccome la tecnologia è quella che è, il meccanismo si aziona tra sinistri scricchiolii; e siccome l’apertura avviene dopo un po’, in genere tu lo forzi perché non sai che è automatico; il tassista si agita e poi lo sportello scricchiola più forte.

Vita notturna
A Nagoya, uscito dell’hotel, ho preso verso il centro. Quindi non è una guida esaustiva

Sala giochi Sega

Sala giochi Sega

della città by night, ma il resoconto di un giro a casaccio. La prima cosa che trovo è una sala giochi. Si chiama Club Sega. L’ingresso è addobbato con due madonne retroilluminate di rosso imprigionate da delle sbarre tipo zoo (per non farle scappare); un tocco di eleganza è dato da una serie di lampadine blu cobalto fluo. Immaginiamo il ragionamento degli architetti:

- Cos’è questa statua?
- ‘Spe’, leggo… Madonna. Dev’essere una divinità dell’ovest.
- Ok, porterà bene, mettiamone una per le scale.
- Una? Poi il muro qua resta vuoto, mettiamone due, se una porta bene, due è meglio.

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Il cartello della sala giochi: i divieti di cui parlo sono gli ultimi tre

Il cartello della sala giochi: i divieti di cui parlo sono gli ultimi tre

Vietato strabuzzare gli occhi
All’ingresso della sala giochi c’è un cartello splendido, con il titolo “information” e gli orari scritti come da noi; il resto faccine. A cosa serve mettere “information” come da noi se poi ci sono solo faccine? I simboli dei divieti però sono splendidi. Suppongo che indichino: non ballare come Michael Jackson (in particolare è vietato il “moonwalk”); non vomitare stando a quattro zampe; non strabuzzare gli occhi. Nella sala ci sono dei giochi incomprensibili. Sembrano degli incubi e non si capisce cosa si debba fare; in compenso ci sono le istruzioni con le faccine. Noi qua siamo di passaggio, ma dovessimo restare non ci integreremo mai.

 

Sala giochi, karaoke e zie  (finale)
Usciamo dalla sala giochi e prendiamo verso il centro. Incontriamo un palazzo karaoke. Beh, da non credere: sette piani di stanze per fare il karaoke. Dentro le stanze, che saranno state un centinaio, gruppi di ragazzi in stato confusionale urlano le loro canzoni. Niente studentesse con le treccine, e tutti che ridono felici. Ciò che si dice una bella serata.
Esco dal palazzo karaoke e proseguo verso le luci del centro. Una signorina un po’ zia mi dice se voglio fare un massaggio; rispondo no grazie non mi fa male niente. Quindi, ricordate, la sequenza è questa: sala giochi con le madonne; palazzo karaoke; zie dei massaggi.

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Dal vostro inviato in Sudafrica

Immagine

_cover_sudafrica-effQuesto è un viaggio di lavoro. Si va a Cape Town, all’inaugurazione di uno store BMW, poi si fa un giro in moto e si torna a casa; in tutto sono 5 giorni, con due di viaggio. Più o meno. Si parte da Cape Town, si gira la penisola e poi si torna a Cape. Ma iniziamo dall’inizio: il viaggio in aeromobile.

 

Baciatemi il culo
Avrò fatto un cinquecentinaio di voli, e di questi due soli in business, quella vera. Quella vera intendo quella dei voli intercontinentali. Questa volta però mi tocca: ho un meraviglioso biglietto business Milano-Londra-Cape Town e ritorno. Baciatemi il culo.

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La Vip lounge della British Airway

È bello essere ricchi
È molto figo viaggiare in business, per un insieme di cose che iniziano anche prima dell’aereo. La prima cosa è che hai accesso alle vip lounge, dove si mangia e si beve senza pagare. Il bello non è tanto che mangi e bevi senza pagare, che comunque, di ‘sti tempi, butta via. È che tu entri, il popolo no, quello resta fuori. Toglietevi dai coglioni, bifolchi. Sono posti strani questi lounge, rimasti agli anni ’70: arredamento dell’epoca, poltrone, tavolini, seggiole, bar. Pare tutto di modernariato, anche se l’hanno comprato l’anno scorso. Sembra di fare un salto indietro nel tempo: da bere ci sono pure il Martini, l’Amaretto di Saronno, lo Stock 84, il Cynar. Vorrei vedere chi si prende un Amaretto di Saronno alle dieci di mattina prima del volo. Tipo quelle cose degli americani che bevono tutto il giorno senza cognizione. Mancherebbe solo che fosse premesso fumare; allora mi vedrei in bianco e nero con l’impermeabile, non so, mi viene in mente il tenente Sheridan, che esce da una nuvola di fumo. Altri tempi (che poi era il ’60).

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la fila dei poveri

Poveri poveri
Seconda cosa: fai il figo prendendo la fast track. Che poi la traduzione letterale sarebbe salta la fila. Provi lo stesso gusto di quando eri in lista al Peter Pan: tu vai direttamente all’ingresso passando davanti agli sfigati in fila che ti guardano e dici sono in lista, Trulli. Ok, entra. E così passi davanti a tutti e tutti che ti guardano con un’espressione che non si capisce bene ma è un insieme di disprezzo, ammirazione e invidia. Siccome lo sai che i poveri ti guardano con disprezzo, ammirazione e invidia, allora tu assumi di riflesso un’espressione che non si capisce bene ma è un insieme di reciproco disprezzo, vanità e impietoso compatimento. Qualcuno, più sensibile, si potrebbe anche sentire leggermente in colpa; passa subito.

La passerella del popolo
Nel caso di viaggi brevi, quelli continentali, c’è un altro momento di godimento, che è quando nell’aeromobile te ne stai seduto nei primi posti e guardi il popolo che sfila: si tratta per lo più di cialtroni, malvestiti, con brutte borse rimediate dal cinese e sacchi di cellophane con dentro i panini. Gli zotici passano a testa bassa e di sottecchi e ti guardano con un’espressione che non si capisce bene ma (ormai lo sappiamo) è un insieme di disprezzo, ammirazione e invidia.

Due varietà di ricchi
I viaggiatori della Business si dividono in due categorie: i businessman e gli artisti. I primi sono vestiti di Gucci, incravattati, custodiscono il computer nella borsa di Prada, indossano lucenti scarpe inglesi sempre nuove; i secondi sono giovani in ciabatte e bermuda, canotta stracciata (anche se partono da Oslo a dicembre), hanno i capelli lunghi oppure alla calciatore; poi possono avere orecchini, piercing, tatuaggi, dipende, ma hanno sempre gli occhiali da sole.businessman e rapper
I primi non sorridono né salutano cortesemente alcun viaggiatore, tanto meno uno dei poveri, perché sono contemporaneamente indaffarati e incazzati; i secondi non sorridono né salutano alcun viaggiatore, non per alterigia, ma semplicemente perché non ce la fanno, cosa che si deduce dalla faccia sconvolta, quella che viene dopo due notti di baldoria. Siccome vestiti così li vedresti al massimo in coda, perché nella stiva non si può, ti chiedi chi diavolo siano questi qua. Sono artisti. Rapper.

La corriera per tutti
Per il resto i voli in business a medio raggio non danno altre soddisfazioni, perché per andare a prendere l’aereomobile il business man o l’artista prende la stessa corriera del popolo, e sull’aeromobile le seggiole sono le stesse dei poveri, infatti per distinguerle ci hanno messo una tenda come divisorio. Forse messe un pelo più distanti, tipo 2-3 cm, me niente di che.
Per proteggere i ricchi dalle “frattaglie russanti, tossenti, piangenti e partorienti” della economy c’è solo una misera tenda (la parte tra le virgolette è tra le virgolette perché l’ho copiata ma da dove adesso non mi ricordo).

poltroncina british airline

La poltroncina dell’Amore Business della British. Dietro il separè viola che pare di cellophane c’è un signore con i baffi.

La british Airway ha le poltroncine dell’amore
Ben diverso, invece, è il viaggio intercontinentale. Resta il gusto della fila che salti, si perde in parte la passerella sull’aeromobile, ma poi al posto delle seggiole ci sono delle poltrone. Che con un bottone si trasformano in letto.
Nel nostro aeromobile tali poltroncine sono messe tipo quelle di una volta per darsi i baci, con lo schienale a S, così tu stai da una parte e vedi il viso di lei. Solo che io ero messo in coppia con due signori coi baffi, uno all’andata e uno al ritorno. Non che mi sarei auspicato una modella ventenne di colore, poiché oggi sono impegnato, ma, insomma, proprio due signori coi baffi, dai.
Di bello la business c’è che si mangia e si beve tutto quello che vuoi, si inizia con lo campagne e si finisce con il brandy; in mezzo c’è il filetto o l’aragosta. Nella zona dei poveri ci sono il lambrusco, le lasagne tipo quattro salti in padella, il dolce che sa di sapone e il caffè di cicoria.

10tipscalmababyNon dovrebbero far salire i bambini
Arrivo a Cape Town alle 6,30 mangiato e dormito; un mio collega solo mangiato perché un ben dotato infante ha frignato tutta la notte a un volume che i Deep Purple di Made in Japan ma levete. Da me per fortuna non è arrivato; ero al piano di sopra impegnato nel tete a tete col signore con i baffi.

Sarà questo il progresso?
Il nostro hotel a Cape Town è a due passi dal Waterfront, che poi sarebbe il porto. L’unica cosa seria che c’è qua sono dei tizi su un barcone che lavorano come negri. Sarà perché son negri. Per il resto è un supermercato gigantesco, un centro commerciale infinito. Tutto è finto: negozi, bar, ristoranti, gallerie di negozi con bar, ristoranti. Poi, vogliamo parlare delle cose in vendita? Tutti ciaffi paurosamente orrendi. La cosa più bella sono degli

Questo elefante di perline è alto due metri

Questo elefante di perline è alto due metri

animali giganti fatti di latta oppure di perline; peccato che sia difficile portarli in Italia, non ci stanno in aereo, perché un elefante gigante di perline in camera mi piacerebbe. Insomma, questo posto è terrificante, ma è pieno di gente, sono tutti qui, e sembra che stiano proprio bene, si vede che sono soddisfatti e contenti. Per loro la realtà, la bella realtà è questa, tutto prefabbricato, precotto e venduto in franchising. Visto che questo paese è appena nato, ed è quindi un progetto recente, io temo che la nuova realtà sia questa. Poi si vede, dai: i nostri fanno di tutto per far fallire i nostri imprenditori, piccoli, piccolissimi e medi, a tutto vantaggio delle multinazionali. Ecco cosa ci aspetta: basta osteria dalla Guercia, basta Trattoria Adriatica, finiremo tutti a mangiare le tagliatelle in franchising, le pizze precotte.

Le femmine ci sono di due qualità
Qui le signorine ci sono di due qualità: bianche o nere. Così uno sceglie il colore che più gli aggrada. Entrambe sono di taglia forte, le bianche vanno dalla L alla XXL; le nere ci sono anche XXXL. Hanno tutte dei culi giganteschi, quello delle bianche pare più molliccio (a vedere), quello delle nere invece sembra di marmo (a vedere). ciccionaOgni chiappa delle nere XXXL è grande come uno dei nostri culoni italiani. Mica per dire. Ma cosa ci mettono dentro questi sederi? Da piccole sembrano un’altra razza: delle faccine splendide, tutte occhioni e treccine, gambette come due grissini e ginocchia. Questo fino a sei anni; poi nel giro di due giorni diventano delle mamy e camminano spingendo avanti la pancia. Tipo vai a dormire che sei uno stecchino, ti svegli sei 120 kg. Per cominciare.
Un altro problema con le signorine di qua è che per star comode non portano i tacchi. Molte sono scalze, sennò portano le ciabatte o le maledette ballerine; se fossi un dittatore africano le abolirei e le farei bruciare tutte. Le ballerine. Per trovare un tacco ce ne vuole, e poi al massimo si arriva a una mezza roba che manco le suore qua da noi. E il modello è stile Valleverde o quelle del cestone dei saldi di Pittarello.

Perché non ci sono le signorine beigioline
E le femmine beigioline small? Mi chiedono. Sì, che ci sono, ma sono una minoranza. Il punto è che quaggiù è difficile che ci si mescoli tra bianchi e neri, per quello le beigioline difettano. Mica per ragioni razziali o sociali, ma perché non combinano gli orari. Spiego.
Qua i bianchi, maschi, fanno i conti; i neri, maschi e femmine, lavorano. Quindi si alternano: negli orari in cui sono aperti i negozi i neri sono impegnati e i bianchi passeggiano; alla chiusura i bianchi prendono la cassa e si mettono a contare. E così bianchi e neri non ci si incontra mai. O difficilmente.
Che ruolo hanno le femmine bianche nell’economia sudafricana? Spendono i soldi che guadagnano i maschi bianchi facendo lavorare i neri.
Anche i maschi si dividono quindi in bianchi e neri. I neri lavorano quasi tutti; quelli che avanzano dormono nelle aiuole. Poi non so cosa fanno. Vanno a casa e cosa mangiano? Amore, com’è andata oggi al lavoro? Bene tesoro, solo verso le tre hanno annaffiato e ci siamo svegliati.

Guidano dalla parte sbagliata
Nel pomeriggio pigliamo le moto e andiamo a una centoventina di km da Cape Town. Niente di particolare, a parte il fatto che qua tutti guidano dalla parte sbagliata e noi, per educazione, ci adeguiamo. Non è difficilissimo, ma negli incroci ci metto un quarto d’ora perché guardo sei volte a destra e a sinistra perché non è che mi ci raccapezzo molto.

hotel 2.1L’hotel delle lucine da morto
L’hotel che ci hanno preparato è bellissimo, in stile non so quale, col tetto di paglia pare una roba norvegese, e le camere sono sparse in un giardino spettacolare, tipo orto botanico. Qua non tocca andare all’università per fare il giardiniere, le piante crescono da sole da far paura.
Tutto bellissimo, ma con due cose rivistesfigate: le lucine da morto, in camera non si vede un accidente, e l’aria condizionata/riscaldamento. Arrivo in camera che è -15, di notte poi passa a +40. In compenso qua hanno il senso dello spirito, sul letto trovo alcune riviste per me: Garden Home, Food & Home, Country Life. Più Woman & Horse, donna e cavallo, un abbinamento un po’ singolare, con in copertina una zia vestita con un accappatoio e una corona di sassi azzurra presumibilmente adattata da un centrino per aiuole.

 

Menù difficilissimo
Le lucine da morto ci sono anche al ristorante, così fa atmosfera, e complicano la comprensione del menù. Un po’ che è scritto piccolo in eleganti lettere grigie, e poi i piatti mica sono come da noi, “bistecca e insalata”, no, per dire bistecca usano sette termini che non trovi manco nel vocabolario, e nessuno che abbia una vaga assonanza con il meat che studi a scuola; le verdure sono almeno tredici, rarissime, probabilmente in estinzione, e tutte cotte e condite in modo diverso e sconosciuto. Per ordinare un piatto devi leggerti mezza pagina, tu non capisci niente, il cameriere non capisce niente, alla fine ti arrendi e indichi col dito. Il piatto del giorno che è scritto nel poster appeso alle tue spalle. Speranzoso.

capo di buona speranza wide

Cape of Good Hope

La fine del mondo
Eh, niente. Poi abbiamo fatto un giro a Capo di Buona Speranza, che sarebbe grossomodo la fine del mondo. Non è che c’è molto da vedere. Uno pensa, caspita questo posto l’ho sentito un milione di volte, tra libri, film e robe varie, deve essere una cosa spaventosa. Invece è una roba con i sassi marroni e fine. Ovvio che c’è il mare. Ma non c’è altro. Manco i lettini ci sono, perché, dove li mettono? Manco il camioncino con la piadina. E tutti che si fanno le foto con dietro il niente.

Una città di baracche
Durate il tragitto siamo passati vicino a uno slum, una baraccopoli. Ho visto quelle di Rio, slum-2ma queste sudafricane fanno paura. Pensate un po’ a una Bologna di baracche. Baracche a perdita d’occhio. Ovviamente lì ci stanno i neri. Avevate un dubbio? Un bel posto per mandarci in vacanza i cari amici razzisti: una ventina d’anni in una baracca di legno andando a dormire con i topi e a cagare fuori quando piove saltando sulle fogne a cielo aperto. Poi vediamo.

La cosa bella di questo viaggio
Allora la nostra guida a un certo punto prende una strada laterale e entra in una strada di

Qua questa moto costa come un quartiere

Qua questa moto costa come un quartiere

baracche. Che ne sappiamo noi cosa pensano questi poveretti, se è pericoloso o no. No, non è pericoloso. Anzi, questi ragazzi ci salutano e ci fotografano tutti contenti. Allora una signorina sale sulla mia moto e la porto per cento metri. Lei è felice come una matta, ride contenta per l’emozione e mi ringrazia dieci volte. Io mi vergogno di questo lusso, con una moto delle nostre questi poveretti ci comprano una casa decente. Regalare trenta secondi di felicità a questa ragazzina è stata la cosa più bella del viaggio.

Milano (da L’integrazione, Luciano Bianciardi, 1960)

milano

La grande città era proprio così: un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare.

“Arrivare dove?” chiesi.

“Chi lo sa? A pagare la tratta che scade, forse, a trovare i soldi per concedersi questo dubitabile vantaggio, provinciale anch’esso, di vivere nella grande città. Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. Un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, che si ritengono privilegiati. Ascoltali, provocali, e sentirai la sicumera di questa gente, solo perché abita nella grande città. Questi sono i ceti medi italiani, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi nella direzione che più fa comodo al padrone. Neanche i loro bisogni son genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina nuova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quel che il padrone impone, e credono che sia questa la vita moderna, la felicità. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri”.

Il giovane talentuoso & Panariello

Allora si va al cinema: Il giovane talentuoso, che poi sarebbe la storia di Giacomo Leopardi – intima mia moglie.

Ma – dico io – non si può vedere E fuori nevica con Salemme, Panariello che fa il romano dice te sdrumo te sdreno e fa schioppare dal ridere e tutti gli altri attori famosi?

Si vede – dice lei – che hai fatto le scuole basse. Leopardi, così è deciso.

Ok – dico io – ma c’è l’inseguimento, almeno.

Sì – dice lei – verso la fine.

Allora sì – dico io.

 

Oh, m’ha fregato. non c’era nessun inseguimento.

Ho guidato un mito: Kawasaki 500 Mach III

La Kawasaki 500 Mach III 1973

La Kawasaki 500 Mach III 1973

Honda Four 750, Kawasaki 500 e 750. Negli anni ’70 sono state la costante dei miei sogni. Non potevo permettermele, e poi non avrei potuto guidarle – avevo 14-16 anni – quindi per me sono rimaste dei supermiti. Poi alimentati dalle leggende dell’epoca. Mai guidata una. Fino a ieri.

Insomma, chiedo a Paolo se ultragentilmente mi fa provare la sua Mach III 1973 restaurata come da nuova anzi meglio – smontata pezzo per pezzo sistemata, lucidata e baciata poi rimontata – e lui ultragentilmente me la fa provare. Capisco che per un superappassionato meglio la fidanzata della moto, quindi apprezzo tantissimo il gesto e la fiducia. Che ricambierò: giuro che non mi ribalterò subito.

 

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Restaurata alla perfezione

La Kawa in foto è bella, dal vivo bellissima, in moto t’ammazza. Un po’ perché il 2T di grossa cilindrata – non le zanzarine rompicoglioni che li ammazzerei tutti – fanno paura; un po’ perché quella volta gli scarichi potevano essere apertini, ancora non ci rompevano le scatole con le Euro-vattelapesca.

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500cc, 59 CV @ 8000 rpm, 192 km/h.

Il tre cilindri sale di giri con rabbia, i 40anni suonati non li dimostra per niente. E con un suono spettacolare. Poi vibra, un punto ancora in più a questa Mach III. Prima di lasciare la sua amata nelle mie scriteriate manacce Paolo dice: “Stai attento, il motore è cattivo e poi frena poco”. Poi scopro che non sono vere nessuna delle due cose. Almeno per il mio giudizio.

 

Giù la visiera (vedi il video) e scopro un motore bellissimo, per nulla il 2T incazzato che si dice. Anzi, è bello, pastoso, tira bene fin dai bassi, non ha entrata in coppia, intendo quella che ti ribalta e dici cos’è successo? Ma sale di giri veloce (più il contagiri del motore) fino agli 8.000 e poi non so, non ho avuto il coraggio di andare oltre, in zona rossa, per vedere che succede. La risposta è buona ma fluidissima. Paolo mi dice che d’inverno è meglio, più cattiva, più pronta al gas; oggi fa un bel caldo e per la carburazione non è la giornata buona.

 

Kawasaki 500 Mach III (preview) from Aldo Ballerini on Vimeo.

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disco anteriore, tamburo posteriore

Il freno. Paolo ha detto “frena poco”, doveva dire “non frena”. Un dettaglio. Primasecondaterza, arrivo in curva, chiamo il disco davanti, per fortuna stacco con un bel margine, ma… non succede praticamente niente. Frenava meglio il minidisco cinese del Liberty che ho usato per venire all’appuntamento. Poi un po’ rallenta, e quando per fortuna pigio sul pedale riesco a staccare giusto. Fortuna che c’è il tamburo dietro. Poi Paolo mi dice che l’originale non è proprio così, funziona discretamente, e che deve dare un occhio alla pastiglia. Sarà meglio, valà.

 

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cambio: 5 marce tutte in alto.

Il cambio è rovesciato. Anzi, è a modo suo: prima in alto e poi… tutte in alto. Ci ho messo un po’ per capire questo sistema, dopo un quarto d’ora che (a folle) cercavo la seconda di sotto ho cambiato tattica e l’ho trovata di sopra. Mah, che idea. C’è un problema grosso: se non conti le marce e arrivi in curva con la scalata assassina – dalla quale mi sono ovviamente astenuto – ti puoi ritrovare a folle, situazione non bellissima, visti anche i freni. La frizione è tipo la macchina del toro del Luna park, però quando guidi non è poi così dura; mah, forse pensi ad altro.

 

La guida è come il motore: bellissima, facile intuitiva e sicura. Altro che bara. Infatti questa non è la bara; quella era la H1, serbatoio bianco, del ’69. Mah, a questo punto mi piacerebbe provarla ‘sta bara H1. Questa seconda serie invece è buonissima. Ovviamente non ho piegato, scemo sì ma il giusto. Le curve si disegnano senza pensare, scende giù da sola e risale come se l’avessi guidata da sempre. Non me lo aspettavo. Sta ferma anche sul veloce, bella, precisa e pronta al cambio di direzione; si sente che è lunga, ma tutto finisce lì, non è pesante, né dura, né testona quando la vuoi inserire. Sullo sconnesso però, meglio evitare di fare il fenomeno: sulle piccole buche è perfetta, ma se prendi un avvallamento a gas aperto si schiaccia dietro e inizia a dondolare.

 

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Quando accendi il quadro non succede niente, né lancette che partono, squilli, trombette, filmati. Niente.

Di bellissimo ci sono poi le vibrazioni. Le manopole fatte a botte con le linguette (mi fanno venire in mente la trippa) sono strane, grosse, ti grattano le mani ma non so quanto siano buone per assorbire le vibrazioni. Che infatti si sentono bene, ma solo sulle mani, e quando scendi vorresti una raspa per grattarti. Ma sono belle così, non serve mettere qualcosa per filtrarle, è molto più gustoso sentirle.

 

aldo (io)

aldo (io)

 

Come vedete dal filmato ho guidato senza guanti, con le maniche corte, come si faceva quella volta. Purtroppo ho il casco, che da ‘ste parti si usa, e quindi niente Ray-Ban a goccia e capelli al vento. Mi mancavano anche i pantaloni a campana e gli stivaletti, ho rimediato con le All Stars che mi ricordo c’erano già colorate.

 

 

 

Paolo

Grazie Paolo, fortuna fai il farmacista, qualcosa per il cuore lo rimedi.

 

Lou

Era il 28 maggio 2002 (martedì) e qui riporto il diario di quella serata.
Non è per avarizia (#2) ma per accidia (#7), che siamo andati sul tardi (alle 11,30) al Pavarotti & friendz a Modena. Così abbiamo scroccato gli ultimi minuti di spettacolo, quando aprono i cancelli e fanno entrare gratis i pezzenti (solo nel prato però). Io e la dottoressa Fifì. 
Poi è arrivato Lou Red, il buon vecchio Lou che ci ha cantato take a walk in a wild side… tu-tutù-tutù tuttu-tuttù… Tu come lo immagini Lou Reed? Come sulla copertina di Transformer: giubbottaccio di pelle e t-shirt. Poi dici: mannò, dai, saranno passati cento anni, sarà cambiato, avrà un maglione, una giacca. Invece no. Lou, Lou, cazzo, Lou non sei cambiato di una virgola. Io ti amo, Lou, ti abbraccio, Lou, Lou, non cambiare mai, resta com’eri trent’anni fa, resisti! Fallo per noi che invece cambiamo, invecchiamo.
Poi c’è stato Raf (beh, poveretto, vorrei vedere te cantare dopo Lou Red) e poi Sting e dopo ancora la mitica Grace Jones! E dopo dopo Mr Dynamite! Che figata. L’emozione di vedere questi artisti dal vivo è stata davvero grande.
Questo spettacolo è stato organizzato da Pavarotti per aiutare l’Angola. E hanno mostrato delle immagini che facevano piangere: tutti quei poveri bambini con gli occhioni spalancati che muoiono di fame. Sarebbe bello che questo aiuto fosse vero, che nessuno speculi su queste cose e i soldi arrivassero tutti laggiù. Come si può rubare a dei bambini che muoiono di fame è una cosa che non si riesce nemmeno a concepire.
Alla fine Pavarotti, sentendo la solidarietà di tutti noi e avendo ricevuto mille telegrammi di vero  sostegno all’iniziativa ($), si è commosso. E allora anche tutti ci siamo commossi vedendo quell’omone conciato in modo ridicolo, con le sopracciglione e la barba tinta di nero, bloccato davanti alla telecamera che piangeva nascondendo gli occhi con la mano. E tutti abbiamo creduto in lui. I bambini dell’Angola avrebbero ricevuto quegli aiuti.
Yes, Luciano!

Il ciambellone galleggiante

 

 

ciambelloneIn vacanza abbiamo comprato questo ciambellone da spiaggia. Che vi consiglio – comodissimo – molto meglio sdraiarsi qua a fluttuare sul mare che andare a lavorare.

 

Si tratta di un corpo galleggiante gonfiabile di forma toroidale, realizzato con un film sottile di cloruro di polivinile, dal foro centrale chiuso con due membrane (una adibita a sostegno delle terga; l’altra, inferiore, con funzione di rinforzo) e dotato di un ulteriore cuscino per appoggiare il capo.

 

Interessantissimo, infine, il manuale delle istruzioni. Inizia con ATTENZIONE! e dice:

 

1) Nessuna protezione contro l’annegamento.

Significando che sebbene supportato da questo elemento galleggiante, il bagnante sprovveduto se deve annegare, annegherà;

 

2) Destinato ai bagnanti.

Cioè – come da dizionario – per chi fa il bagno (in un fiume, in un lago), quindi non si può usare se non ci si bagna. Per estensione però “bagnante” può anche indicare chi trascorre la villeggiatura in luoghi marini, lacustri e simili; se la villeggiatura si trascorre in montagna, il toro galleggiante non si può usare.

 

3) Non è un mezzo di salvataggio.

Quindi gli armatori delle grandi navi da crociera sono pregati di rivolgersi a negozi specializzati, non pensino di dotare le loro navi di ciambelle galleggianti.

 

4) Non saltare sopra o dal prodotto. 

L’abbiamo comprato proprio per saltarci sopra e adesso scopriamo che non si può; per quanto riguarda il “saltare dal prodotto”, ci abbiamo provato ma è molto difficile.

 

5) Non utilizzarlo per immersioni.

Come barca di appoggio è poco confortevole; per scendere in profondità, invece, occorrerebbe zavorrarlo con circa 300 kg di piombi, risultando poco conveniente.

 

6) Non lasciare mai il prodotto in acqua o nelle vicinanze se non è utilizzato.

La ciambella vive di vita propria, potrebbe andarsene a nuoto, oppure, se nelle vicinanze dell’acqua, raggiungerla e scappare.

 

7) Non utilizzare mai in mare aperto.

Quindi per usarlo occorre trovare un mare chiuso.

 

8) Distribuire il peso di carico e persone equamente.

Regola da rispettare quando la ciambella si utilizza per viaggi di gruppo con bagagli.

 

9) Non utilizzare se si sospetta un possibile foro o una perdita.

Quindi se si prevede che si forerà, evento molto probabile visto lo spessore della pellicola,   non va usato. Si può usare, invece, se già bucato.

 

10) Non utilizzare sotto l’influenza di alcool o droghe.

Non è una ciambella per alcolisti o drogati; se si è ubriachi e drogati nello stesso tempo invece si può usare.

 

11) Non utilizzare per fare rafting su rapide o qualsiasi altra attività di sport estremo.

Questo è importante: non è una ciambella per sport estremi.

 

12) Non utilizzare mai in caso di stanchezza o affaticamento.

Se si è stanchi o affaticati non ci si può accomodare sulla ciambella, è pericoloso.

 

13) Utilizzare in acque libere da detriti o ostruzioni.

Chi fa il bagno in un’acqua con detriti? Attenzione alle pericolosissime acque ostruite.

 

Non seguire queste istruzioni potrebbe causare annegamento o altri seri dannI.

 

La cosa più difficile però è GONFIARLO.

anche io sono stato piccolo

il mare per noi che siamo nati al mare non è il mare e basta come per quelli che non sono nati al mare e ci vengono in vacanza da piccolo non ci fai caso ma poi scatta un anno che metterti in mutande davanti a tutti ci pensi e dici adesso sono grande mica come l’anno scorso che giocavo con la paletta e il secchiello adesso sono cazzi la cosa strana di questa cosa è che succede tutto in una volta tipo ieri sei un bimbo oggi sei grande e così non hai il tempo di prepararti perché questa roba ti arriva addosso e non sai cosa fare io quella volta che mi sono accorto che il tempo passa è quella volta che alla doccia è arrivata la bionda riccia che l’anno prima era una bambina tipo giocava con le bambole e poi è arrivata alta che per guardarla mi toccava girare la testa in su e aveva le tette e tutto quanto che pareva una donna precisa precisa mentre io ancora ero tipo che stavo giusto a giocare con le palline dei ciclisti mi piaceva Anquetil quel momento è stato un vero trauma tanto che me lo ricordo ancora oggi che saranno passati dico poco quarant’anni allora tornare all’epoca della foto non mi farebbe schifo nonostante il disagio dell’età che tanto adesso saprei come gestire e io già che ci sono vorrei anche sapere perché nella vita merda sai cosa fare sempre quando è troppo tardi

ma questa è in Sardegna

ma questa è in Sardegna

Io viaggio in treno (verso il Grande Nord)

Per noi snob delle Frecce Rosse un Regionale è un viaggio nella memoria. E un trauma. Parma-Milano tredici fermate e tre ore un quarto, i cow-boy andavano più veloci. In compenso puoi scegliere vagone freddo o vagone caldo. Così dice il controllore. Prendo quello caldo perché è inverno e poi quello freddo è anche bagnato. Come se ci fosse piovuto dentro.
Il vagone caldo è davvero caldo ma ci sono dentro i negri. Seduti anche loro sui sedili proprio come noi.
Ma – chiedo – qua in Lombardia non c’è il vagone per i negri?
Sì signore – risponde – ma è pieno e questi ci è toccato metterli qua.

Io non ho niente contro i negri purché stiano a casa loro. Uno che conoscevo una volta ha detto sotto casa mia ci sono i negri che sporcano. Ma lui lo diceva seriamente e adesso quando sento uno che dice quello è una testa di cazzo mi raffiguro subito la faccia di questo mio amico. Che ovviamente non è per niente mio amico.

Un’altra cosa bella di questo Regionale è che si possono aprire i finestrini come una volta. Fabrizio da militare andava a Roma in treno. D’estate si tenevano i finestrini aperti e allora lui sputava da dentro senza farsi vedere così quelli che erano affacciati sottovento si prendevano lo sputo in faccia e dicevano ma cos’è successo? Sulle Frecce questo non si può più fare perché c’è l’aria condizionata e i finestrini non si aprono più. Uno degli aspetti negativi del progresso.

Ogni volta che passa il controllore e io do il biglietto ho sempre paura che mi dica lei ha sbagliato treno deve scendere alla prossima e tornare indietro. È una paura assurda perché in tutta la mia vita questo mi è successo una volta sola. Quando Valerio doveva accompagnarmi in stazione e invece di darsi una mossa si è messo a fare il tacchino con la cassiera della pizzeria e così siamo arrivati tardi e io per la fretta sono saltato sul treno sbagliato. Sono dovuto scendere a Parma e tornare indietro. E così questa è la seconda volta che parto dalla stazione di Parma. Che, senza offesa, è molto brutta.

La cassiera della pizzeria Valerio la conosceva già. È quella che una volta l’ha portata a casa e lei ha detto mi fai le coccole? e lui ha detto se volevo fare le coccole compravo un cane.

 

Nella foto: la stasione di Parma (provvisoria per sempre):

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agosto da leoni

tutte le volte che arriva l’estate dico occhio godiamocela questa può essere l’ultima. non che penso adesso mi viene un colpo di quelli che poi ci resto secco questo non succede perché prendo gli omega-3 ma può capitare uno di quelli tipo della strega oppure la sciatica o la cervicale che poi quella siccome sono un signore di mezza età già ce l’ho. quindi obiettivo di quest’anno cazzeggio massimo spiaggia birrette cervello spento e la diavel. che già che ci sono ho preso in versione così accessoriata che fabrizio corona vacaghèr. al mare sul lettino fa figo leggere ma ci vuole anche il libro giusto di solito io ho roba impegnata tipo a fighter’s heart che parla dei combattimenti delle arti marziali miste ma la nadia dice che si vergogna quando leggo quello perché in copertina c’è uno pieno di sangue per le botte che ha preso e poi dice la gente cosa pensano. veramente lei dice la gente cosa pensa fortuna che ci sono io a correggere. allora ne prendo uno di seneca che si chiama the brevitate vitae o una roba del genere non che mi scappa da leggerlo figuriamoci ma perché il titolo mi piace e poi non serve aprirlo per capire che in centocinquanta pagine alla fine dice datti una mossa consiglio che è giusto giusto in tema con questa vacanza. visto che non serve leggerlo allora uso la copertina per coprire uno dei bellissimi libri dei miei facendo pure una bella figura con la nadia se non se ne accorge. per le cene eleganti ho tutto il necessario per combinarmi come conviene infatti mi sono portato la catena del doberman l’anello col teschio la bandana con le fiamme e gli occhiali gialli poi faccio saltare il fondello dai termignoni e dopo mangiato faccio un burnout di apprezzamento della serata.

Arturo Bandini

arturo vestito da sera